Marco Mele nel suo blog Media 2.0 informa di come i grandi gruppi della comunicazione statunitensi abbiano deciso di partecipare alla selezione per avere l’accesso al 40% della capacità trasmissiva digitale di una delle reti RAI e delle due reti a testa di Mediaset e Telecom Italia Media.
Mele osserva la presenza, nelle domande pervenute per accedere ai multiplexer nostrani, dei colossi Disney, Jetix, Nbc Universal e Qvc (super operatore di televendite), mentre risultano assenti i maggiori gruppi editoriali nazionali: Rcs e De Agostini, che starebbero preparando canali tematici per Sky, a dimostrare la fondatezza di quanto scrivevamo pochi giorni fa.
“Molte offerte sono per canali a pagamento e tematici (bambini, sport e film). Non sembra di scorgere canali generalisti in grado di far concorrenza a quelli di Rai, Mediaset e Fox“, scrive il giornalista de Il Sole 24 Ore, osservando che tutto questo ha luogo mentre “il Governo vuole accelerare sul digitale terrestre, puntando a convertire al digitale nel 2009 sia Milano sia Roma ed anticipare la data del 2012″. Cioè il trappolone di quel geniaccio di Murdoch ,che si appresta a godere dell’inevitabile waterloo di una offerta Dtt troppo scarsa, a fronte di immani investimenti in canali e infrastrutture, ovviamente nemmeno lontanamente concorrenziale con la varietà della sua multiforme piattaforma sat.
Osserva ancora Mele: “Chi entrerà a trasmettere all’interno della capacità trasmissiva degli operatori esistenti avrà solo una prelazione per mantenere tale banda trasmissiva dopo il passaggio al digitale. Secondo la legge, Rai e Mediaset potranno riprendersi la capacità trasmissiva o aumentarne il prezzo. A scapito della capacità di competizione dei nuovi entranti. Non si entra nel sistema televisivo italiano acquistando una rete (l’ultima è stata H3G, via Profit) ma accedendo, a prezzi fissati dai proprietari delle reti, ma concordati con l’Autorità, alle infrastrutture dei maggiori editori. La mancata separazione tra proprietà delle reti ed editori di contenuti diviene quindi una modalità della transizione italiana al digitale. E c’è chi chiede una gara per assegnare le due frequenze che, regione per regione, dovrebbero (ma non è certo in tutte le regioni) restare nella disponibilità del Ministero. Se così’ sarà, ancora una volta, nel sistema tv italiano, si pratica una regolazione asimmetrica sì, ma alla rovescia che penalizza i nuovi entranti e favorisce gli incumbent, che si vedono assegnare frequenze senza alcuna gara. Ma questo non viola quanto previsto dalla direttive comunitarie sulle comunicazione elettroniche?”.In verità il problema è, a nostro avviso, un altro: la tecnologia supera sempre più spesso e velocemente qualsiasi normativa, stravolgendo piani operativi inizialmente considerati vincenti, che in pochissimo tempo diventano risibili davanti all’avvento di nuove soluzioni tecniche. Il gigantesco flop del DVB-H ne è un esempio. Tuttavia, anche la tv digitale terrestre per come attualmente strutturata sul piano tecnico rischia moltissimo. Scrivevamo pochi giorni fa: per competere con l’offerta di Murdoch quanti mux nazionali servono (posta la limitata ospitalità offerta da ognuno di essi)? Va bene l’offerta Dtt, ma a condizione che sia vasta e che quindi coinvolga content provider nazionali ospitati su operatori di rete locali consorziati per la copertura dell’intero territorio. E’ il cane che si morde la coda: gli operatori non vogliono e possono abbandonare l’analogico perché il parco dei ricevitori digitali è ancora troppo scarso. Così i network provider non investono in contenuti sulla tecnologia numerica e il pubblico non fidelizza con il Dtt, data la limitatezza dell’offerta, dirottando l’attenzione su Sky, che consolida posizioni e lega gli utenti, col risultato che chi si è satellitarizzato non torna più indietro sull’etere terrestre, analogico o digitale che sia. Il trappolone di Murdoch, appunto: attendere che i concorrenti si spennino nel digitale terrestre, mentre lui osserva dal cielo, aumentando abbonati e pubblicità, investendo i ricavi in contenuti mentre gli altri si dissanguano in infrastrutture. Ma l’errore più grande – non smetteremo mai di scriverlo – sta nel sottovalutare la tv on demand sul web, strategia che consentirebbe di consolidare posizioni in previsione dell’imminente esplosione della banda larga e del Wimax. Occorrono ancora alcuni accorgimenti tecnici (la possibilità di accedere al web con il tv di casa e di downloadare in tempo reale sull’apparecchio televisivo senza passare da masterizzatori o hard-disk portatili), ma la strada è tracciata. Non è un caso che Microsoft, con la sua Messenger Tv, stia negoziando accordi con i principali broadcaster.