Si può dir tutto, fuorché sostenere che Michele Santoro non sia uno che quando si mette una cosa in testa la fa.
“Se riusciremo a far vivere sul digitale e sui canali Sky che ospiteranno la trasmissione questo progetto e se milioni di persone saranno lì, allora noi ci saremo avvicinati alla possibilità di trasformare la televisione italiana” aveva detto il giornalista una settimana fa alla festa per il secondo compleanno del Fatto Quotidiano. Sì, il suo sogno è proprio quello di trasformare la tv italiana, fare del suo appeal, dei suoi milioni di seguaci, del suo giornalismo un po’ messianico un po’ di trincea il pertugio per un sistema di vasi comunicanti che sposti altissime percentuali di spettatori dalle emittenti canoniche a nuove piattaforme, rompendo il meccanismo del piglia tutto dei due colossi storici della nostra tv, Rai e Mediaset. Questo sogno Santoro lo coltiva da quasi due decenni ma gli accadimenti degli ultimi anni ne hanno accelerato l’attuazione – l’editto bulgaro prima, le persecuzioni in Rai degli ultimi tre anni, poi -, coadiuvata dallo storico, anche se problematico, passaggio definitivo al digitale terrestre, attualmente in itinere. o scorso maggio l’annuncio del conduttore: lascio la Rai. All’inizio dell’estate le voci dell’accordo con La7 per la creazione di un nuovo polo televisivo forte, il titolo di T.I. Media che schizza a Piazza Affari, poi i ripensamenti. Santoro non gradisce il tipo di contratto che Stella gli propone: troppo restrittivo per il genere di televisione che si è deciso a fare, stanco dei continui scontri con la dirigenza Rai. A Santoro non va bene il genere d’informazione che fanno gli altri, lui vuole essere super partes, al di là degli schemi, un privilegiato. La7, ovviamente, ha degli azionisti di riferimento, ha delle reti strettissime che collegano questi capitani d’industria al governo e agli altri operatori del settore, e il genere di libertà che Santoro vuole non può garantirgliela. Il conduttore, però, va avanti lo stesso, vuole che il suo Annozero vada in onda ugualmente, dovunque: in esclusiva sul web, sul satellite, su alcune emittenti locali in digitale, finché non arriva l’idea – e l’offerta – di un network di tv locali, in analogico e digitale, una sorta di syndication con in comune Santoro e la concessionaria pubblicitaria Publishare, la quale si è offerta di garantire gli introiti per finanziare il programma. Il progetto prende forma e Santoro lo presenta, a grandi linee, alla festa del Fatto Quotidiano. Avrebbe dovuto prendervi parte anche Tele Norba, la grossa emittente pugliese di proprietà di Luca Montrone, che alla fine però ha affidato la raccolta pubblicitaria a Sky Pubblicità. “Il mio nuovo programma si chiamerà ‘Comizi d’amore" – annuncia il giornalista – L’iniziativa sarà sostenuta da un’associazione che garantirà l’assenza totale di censura di nome Servizio pubblico. Se voi ci darete 10 euro, Servizio pubblico, con l’aiuto di imprenditori che sono qui, come Sandro Parenzo, Etabeta e con l’aiuto del Fatto che ha aperto la strada dell’indipendenza, manderà in onda il programma. Sarà una grande manifestazione televisiva, basterà mettersi davanti allo schermo”. La squadra, fatta eccezione per Formigli, passato a La7, è confermata in toto, le puntate sono 25 e, nonostante il desiderio di Santoro di confrontarsi con Bruno Vespa, anche giorno e ora – il giovedì alle 21 – sono stati confermati. Il contratto firmato con Publishare, da 250 mila euro a puntata, però, riguarda solo i primi cinque appuntamenti che ci accompagneranno fino alla fine del 2011. Dopo la prima tranche, poi, gli investitori decideranno se rinnovare o meno il contratto per il prossimo anno. Una nuova era del Santoro-pensiero inizia, quindi. E se dovesse confermarsi come un buon prodotto televisivo, libero ma non eccessivamente fazioso, capace di portare grandi ospiti in studio e di discutere di grandi temi, capace soprattutto di sfornare un modello nuovo non solo per la piattaforma ma anche per i contenuti, allora una piccola rivoluzione potrebbe davvero essere innescata, alla faccia delle continue spintarelle pubbliche di un governo che finge di promuovere l’innovazione ma, come un moderno Tomasi di Lampedusa, finisce per privilegiare sempre le tv del presidente del consiglio. Perché tutto resti com’è c’è bisogno che tutto cambi (tradotto: perché il duopolio resti in piedi, allora insceniamo la grande rivoluzione digitale che finge di aprire le porte ai nuovi entranti nel mercato). Ma se il cambiamento di Santoro funziona allora niente sarà più com’è adesso, che il governo lo voglia o no. Deve stare attento, però, il conduttore, a non esagerare nel suo ruolo di capopopolo, come spesso gli accade, a non farsi prendere la mano dal ruolo di paladino degli oppressi, continuando a fare dello scomodo giornalismo d’inchiesta, ancora una volta, il suo marchio di fabbrica. (G.M. per NL)