La gestione delle cosiddette “frequenze”, ovvero la politica dello spettro radioelettrico, è sempre stata un punto dolente per i governi che si sono succeduti alla guida del nostro paese negli ultimi vent’anni.
L’esigenza di contemperare l’interesse pubblico con le istanze provenienti dal mercato e dai suoi protagonisti, siano stati essi compagnie di telecomunicazioni o emittenti televisive, è stata spesso minata da conflitti di interesse più o meno palesi. L’avvento dell’esecutivo tecnico di Mario Monti aveva fatto sperare in azioni più decise, svincolate dalle molteplici pressioni e dettate da competenza tecnica e giuridica. Molte di queste speranze sono state disattese, e l’impressione che si tiri a campare in attesa delle prossime elezioni è ormai forte. Ne danno conferma gli avvenimenti che si succedono in quello scenario particolarmente conflittuale dove si incontrano quotidianamente telco, emittenti tv e istituzioni di regolazione (Ministero dello sviluppo economico e Autorità per le comunicazioni). Stiamo parlando, in poche parole, di quella zona grigia dello spettro radio che è come sospesa in un limbo determinato da infinite discussioni e indecisioni tra Italia ed Europa, tra governo e autorità indipendenti, tra l’ordinaria amministrazione (carente) e i sempre più frequenti interventi della giustizia amministrativa. Dopo un anno dalla caduta del governo Berlusconi, stiamo ancora aspettando che lo scandaloso beauty contest, che doveva assegnare altre frequenze gratis ai soliti noti, si trasformi in qualcosa di più dignitoso. Si è dato tempo al governo per studiare la questione, si è dato tempo alla vecchia Agcom di far scadere il suo mandato, si è dato tempo alla nuova Agcom di insediarsi e cominciare a lavorare. A forza di dare tempo pare oramai certo che la patata bollente dell’organizzazione della nuova asta passerà nelle mani del prossimo governo. Sempre che l’Autorità, nominata come sempre con criteri di pura appartenenza politica (un’altra occasione persa) abbia il coraggio di produrre regole che tengano conto delle presunte, e inusitate (per noi), indicazioni dell’UE: ovvero escludere dalla gara il duopolio Rai-Mediaset e dedicare almeno tre multiplex ai nuovi entranti. Durante l’eternità trascorsa, i problemi non si sono invece fatti attendere: la conclusione del processo di switch-off ha fatto emergere situazioni critiche, dai problemi della copertura RAI e delle emittenti locali alle interferenze con l’estero, fino alle innumerevoli zone buie create da un’applicazione frettolosa e pasticciata delle reti SFN. E sulla scena hanno balenato anche le saette giudiziarie della “TV fantasma” Europa 7, alla perenne ricerca di spazi nell’etere. Tutto ciò fa dire ad alcuni che, visto l’esito disastroso del processo di digitalizzazione, alcune frequenze del dividendo interno potrebbero essere utilizzate per mettere le pezze sui buchi del DTT: un paradossale rientro del beauty contest dalla porta di servizio. Da considerare anche che, più si perde tempo, più si avvicinano le scadenze entro le quali un’altra fetta di frequenze, quella dei 700 MHz, dovrà essere inevitabilmente portata in dono all’internet mobile: così che giorno dopo giorno gli ex pezzi pregiati del dividendo perdono valore e diventano completamente inutili anche come tappabuchi. Ma non è finita: mentre siamo ormai all’alba del dispiegamento della quarta generazione della telefonia mobile LTE, ci siamo anche ricordati (già se ne parlava prima dell’asta miliardaria di un anno fa) che quest’ultima potrebbe creare qualche problema alla ricezione dei canali televisivi, adiacenti e non. Il consueto tavolo tecnico allestito sull’argomento langue, e le norme che avrebbero dovuto imporre agli operatori gli oneri di filtraggio degli impianti riceventi compaiono, ma soprattutto scompaiono, a giorni alterni dai vari Decreti crescita-sviluppo-agenda digitale, con buona pace degli utenti che, con ogni probabilità, dovranno sborsare altri denari per adeguarsi ancora una volta alle meraviglie della comunicazione digitale. Per la cronaca, nel Regno Unito già dal febbraio scorso è stato previsto un fondo di salvaguardia di 180 milioni di sterline a spese degli operatori, con il quale un’agenzia indipendente finanzierà l’acquisto di filtri anti-LTE e offrirà assistenza agli utenti per mitigare le interferenze o migrare su piattaforme di ricezione alternative al DTT. Tutto questo mentre l’asta per le frequenze non è nemmeno ancora incominciata. Ma si sa, quello è un altro mondo… (E.D. per NL)